pezzo della settimana: Empress of/Kitty Kat

you’ve just lost one (ossia me)

Posted: luglio 17th, 2015 | Author: | Filed under: live review | Tags: , , , , , | No Comments »

Oh no,

non so proprio da dove cominciare per raccontare il live di Ms. Hill ieri a Roma, in quel dell’auditorium.

Ci rimugino da ieri sera, ma non riesco a trovare una parola migliore per dire in modo più carino, o forse meno definitivo che è stato proprio un brutto concerto.

E non voglio proprio parlare del fatto che in parterre la gente si sia alzata per andare sotto al palco, cosa che mi fa in generale pure più piacere dello stare seduta, ma magari non a 80 euro al biglietto, e soprattutto non quando ci sono almeno 30 persone sulla sedia a rotelle (tra cui un’amica) che a causa di questo non hanno visto praticamente nulla dello show. Questo non c’entra con la mia opinione sul concerto.

E nemmeno desidero affrontare la questione del ritardo cronico che affligge la Ms. in questione, già è stata aspramente rimproverata per questo un po’ dovunque (che ci sono luoghi che chiudono ad una certa ora, persone che prendono treni, lavoratori cui non vengono pagate le ore di straordinario).

Voglio proprio parlare della performance. Dello spettacolo, della musica e dell’artista.

Però forse è necessaria una premessa.

Ogni volta che si va a vedere un grande evento, come questo (le rare esibizioni della Hill, sempre che non siano cancellate all’ultimo secondo, l’incertezza di trovarla bene fisicamente e con un buon mood), è sempre un po’ rischioso. C’è da una parte il proprio legame personale con l’artista e la sua musica, quello che ha rappresentato per noi, nelle nostre vite, i ricordi a cui è legata e insomma tutta quella miriade irrazionale di cose che ci fanno amare qualcun* in modo speciale. Questo ovviamente si riflette su come andiamo al concerto: abbiamo il desiderio che l’artista suoni quei pezzi piuttosto che altri, che faccia delle cose piuttosto che altre. Insomma è tosto riuscire a soddisfare i desideri, tutti diversi e personali, di chi va ad un concerto e le aspettative sono sempre alte in questi casi.

Ma personalmente, dopo anni e anni di live di tutti i generi, nei luoghi più oscuri e improbabili e in quelli più adatti e accoglienti, ho imparato a sospendere il pregiudizio e a non aspettarmi nulla. A sperare sì, ma a restare aperta ad essere sorpresa e catturata da quello che è il senso stesso del live.

Bene, detto questo sono andata a questo “evento” felice di vedere finalmente Ms. Hill, anche per le seguenti ragioni:

a) dai recenti video messi online da lei stessa mi sembrava in forma fisica.

E lo è, ha perso peso il che le permette fisicamente di reggere uno show, di ballare, saltare e insomma stare sul palco sul serio (per la musica che fa).

b) Avesse recuperato la voce, abbastanza almeno per reggere un concerto.

Ed è vero. Sia chiaro la sua splendida voce è irrimediabilmente rovinata, e questo è un fatto innegabile, più roca e bassa ed incapace di prendere alcune note che erano sue, ma questo lo sapevamo, è lei che deve farci i conti e lavorare su ciò che ha a disposizione adesso.

c) Perché volevo vedere live un’artista capace di comunicare profondamente col suo pubblico.

E qui cominciano le note dolenti. Non ne è stata assolutamente capace. Priva di qualsiasi reale connessione, anche visiva, col pubblico (se non per la fine dello spettacolo). Tutta presa, in modo quasi ossessivo e di certo, per chi la guardava irritante, dalla pretesa di dirigere nota per nota, assolo per assolo, crescendo per crescendo, quello che faceva la band.

Irritante perché non solo era brutto da vedere, il suo nervoso e isterico rivolgersi ora al batterista per dire “su su”, ora al chitarrista per dire “abbassa” ora al piano per dire “zitto” ora alle coriste per dire “ancora un giro” “entrate adesso”, ma era anche inutile, irrimediabilmente inutile.

Sopratutto sono certa che la band abbia provato il concerto più e più volte, come è normale per de* professionist*

E, lasciatemelo dire, controproducente perché immaginateli mentre cercano di obbedire alle direttive di Ms. Hill che canta di profilo e pretende che ad un suo cenno improvviso tutto si plachi perché ha deciso che vuole fare un giro solo di voce e chitarra (non la sua, ha praticamente fatto finta di suonare un po’ di pezzi e poi ha smesso).

Era talmente presa da questa assurda direzione orchestrale che ha interrotto un paio di volte dei brani (nessuna recensione ne parla mi pare) dicendo alla band: no no abbassa, e mentre stava cantando una strofa, più di una volta, ha smesso e si è girata verso la band per dirgli “cristosololosa” cosa.

Che diavolo di concerto è?

Ma santissima Ms. Hill: tutti gl* artist* professionist* provano lo show prima di andare in tour, studiano il sound, le novità, assemblano gli arrangiamenti, verificano i musicisti, li istruiscono, lavorano alle coreografie, alle scalette (più di una a seconda della location, dei tempi, del palco) ecc.

volete una prova? minuto 1.31

E veniamo al suono e agli arrangiamenti: una sola parola “caciara”.

Lo so che non mi credete, che state pensando: la solita spaccaovaie quella donasonica. Beh fate un giro su web, ci sono piccoli spezzoni o interi video e fate questo gioco: prendete un video di ieri e se non siete espert* aprite un video della stessa canzone (sempre che siate in grado, non per vostra ignoranza ma per oggettiva difficoltà, di riconoscerla) e paragonate la “velocità”, il tempo diremmo meglio, della canzone.

Come cazzo si fa a fare tutti i pezzi di un concerto ad un tempo maggiore. Dio santo, capisco, anche se no perdonerò mai Ms. Hill per avere riarrangiato in versione “reggae” un pezzo straordinario come “ex-factor”, ma un’altra cosa è fare sistematicamente tutti i pezzi ad una velocità maggiore. E’ qualitativamente e oggettivamente brutto.

Lo so che non mi credete allora sentite qui:

e questo non era nemmeno il peggiore.

Disastroso il suono, e la colpa non è certo dell’auditorium, perché se una che si sbatte come una matta “durante” il concerto per controllare ogni singola espressione della sua band non ha un* fonic* perfett* che sa esattamente cosa vuole, è una dilettante. La potenza per la caciara c’era, quindi.

Non c’era uno stacco, un cambio di registro e di atmosfera, tra la parte più intima e quella più “arzateve e abballate tutt*” , se tralasciamo il fatto che nella prima era seduta e nella seconda era in piedi.

Beh insomma ora mi sono arrabbiata di nuovo, perché io l’amo davvero Ms. Hill, Lauryn Hill o come cavolo vuole farsi chiamare.

Perché ha scritto delle cose belle. E ci ha messo la faccia.

Però ieri ho capito che quello che un po’ temevo da tempo, forse è vero.

Ms. Hill predica bene, ma razzola malino:

1) parla e critica sempre lo showbiz, il mainstream ecc. e poi si comporta da diva, prima e dopo lo show. In più, si può essere indipendenti pure stando con una major solo se ti chiami “Sonic Youth” secondo me (ovviamente trattasi di un’iperbole). non rispetta il pubblico, non mi pare che sia lì per loro, ma per se stessa.

2) ha paura di quello che è ora, ossia una cantante e un’artista diversa da quello che era 20 anni fa: invece di mettersi a riarrangiare i pezzi, scriverne di nuovi forse è una soluzione.

3) poco, pochissimo hip hop e molto davvero troppo reggae (tralasciando le 3, dico 3 cover di bob marley, che forse sono state, musicalmente parlando, il momento migliore dello show).

ed ecco, a mio modestissimo parere alcune possibili soluzioni:

1)  Ms. Hill può essere indipendente se vuole, soprattutto dopo essersela menata per anni, e soprattutto visto che è in grado di fare sold out nel 2015 senza un disco nuovo da più di dieci anni. basta scegliere i luoghi giusti dove andare a suonare, vivere l’atmosfera dei concerti e delle persone che conosci e che incroci dietro e sopra il palco con più umanità e meno divismo.

2) Ms. Hill deve comporre cose nuove, circondarsi di gente che sa suonare, non gente che adora Ms. Hill, ma che adora la musica e vive per la musica.

3) Ms. Hill deve lasciare andare Lauryn Hill e Fugees, e capire chi è ora e cosa vuole suonare.

E se ascoltando un nuovo pezzo di Lauryn Hill scoprissi che non mi piace?

Beh allora le direi: ok, non mi piace la direzione che hai preso, ma sono felice che tu stia facendo quello che sai fare, esprimerti in musica, e non cercare di imitare la donna che non sei più, lamentandoti di non voler essere l’artista che volevano gli altri.

love.

p.s. se volete leggere un altro parere, non molto dissimile al mio, ma scritto molto meglio, e corredato di belle foto:

emanuele mancini


di ritorni, narrazioni, amore e rodimenti di ovaie

Posted: luglio 9th, 2015 | Author: | Filed under: live review | Tags: , , | No Comments »
08/07/15 roma, villa ada. foto di @pin_klo

08/07/15 roma, villa ada. foto di @pin_klo

Ieri ero al concerto di St. Vincent. E pure un sacco di voialtri in quel di Roma. Dovrei o vorrei commentare il concerto, ma potete trovarne centinaia di questi racconti e video in giro per la rete: ed ecco la setlist, e quanti plettri ha usato, e chi erano i musicisti, e quante volte e andata su e giù dalla piattaforma, a che minuto ha steccato, quando si è buttata sul pubblico (dicendo stage diving perché è molto più cool), che c’era scritto sullo striscione che ha tirato con se dopo il diving sul palco, quanta gente c’era, la qualità tecnica della performance, l’affiatamento dei musicisti, le coreografie, il look, le chitarre che ha suonato, chiudere con un leggero accenno alla sua vita privata o semplicemente mettere su 5 o 6 foto carine con un trafiletto da quattro soldi.

Dovrei e mi piacerebbe, sul serio. Vi dirò questo, invece.

Lei è meravigliosa, magnetica e assolutamente impeccabile. Rispetto ad un po’ di esibizioni fa, mi pare abbia ancora più voglia di improvvisare sul palco, alcuni brani, ad esempio, sono arrangiati diversamente, specie negli assoli. Non sempre funziona, secondo me.

Ma mi piace vedere un’artista che ti mostra di essere in evoluzione, non solo sul colore dei capelli. Poi da femminista, da donna, guardare lei sul palco che svisa su quella chitarra con sicurezza, con trasporto e con la sensualità dell’intimità che c’è tra lei e le sue chitarre, non può che farmi eccitare. Percepisco una grande timidezza e distanza dal pubblico, ma un altrettanto enorme desiderio di colmare quella distanza. Annie ha surfato sul pubblico, alla fine, come l’altra volta. Dopo averlo studiato a lungo, come l’altra volta. L’altro volta io ero sotto, e lei si è adagiata su di noi, l’ala lesbica/femmina del pubblico d’avanti (le lesbiche, si sa, si ritrovano sempre tutte nello stesso posto, per una sorta di attrazione magnetica che prima o poi dovremmo studiare meglio).

L’audio come al solito, lascia a desiderare. Ok, a Roma i concerti non sono costosi come in altri posti della terra, ma l’audio fa cagare il 90% delle volte e si può fare meglio, se si vuole.

E poi noi. Dall’altra parte. Il pubblico grosso.

Dovremmo scrivere sui manifesti: attenzione prima di comprare il biglietto meditare sul fatto che trattasi di un ‘concerto per pubblico grosso’.

Definizione della definizione ‘concerto per pubblico grosso’

– quando si tratta di concerti:

a) all’aperto o in un posto molto grande, d’inverno, nel week end

b) di un’artista che, suo malgrado, è diventato minimamente not*, ovviamente non grazie alla musica

c) l’evento nel quale il concerto è ospitato, per ragioni a noi il più delle volte sconosciute, è diventato “l’evento”, il luogo dove devi essere stat*, con almeno una foto a testimoniarlo sul tuo status pubblico.

disclaimer: Questo post, che non è una recensione di un live, ma un racconto live, non è corredato da alcuna foto* a testimoniare la mia reale presenza al concerto. Sì ho il biglietto, e molte persone erano insieme a me e possono confermalo.

Ma potrebbe anche essere una montatura. Il mio status non corrobora questa affermazione. Lo so.

La verità è che non ho avuto il coraggio di tirare fuori la mini camera che mi accompagna ai live, per acchiappare in qualche foto (ne scatto poche perché mi distrae troppo dalla performance) solo un paio di immagini, perché so che i ricordi poi sbiadiranno velocemente.

Perché mentre l’artista in questione cantava “Digital witness” e ci imponeva di andare ai nostri posti, ci chiedeva che senso ha dormire, se nessun può vedermi, e in breve come abbiamo venduto le nostre identità e personalità e che senso ha fare qualunque cosa in questo momento (guardami mentre mi butto giù da un ponte), beh davanti a lei c’erano centinaia di smartphone che sparavano mitragliate di status in cui qualcun* poteva dire che c’era, e quindi esisteva, perché era “un testimone digitale”.

Io, la macchina, non l’ho tirata fuori. E l’ho amata anche di più, nella solitudine dell’essere inascoltata.

Lei non è Kate Tempest, che nella stessa situazione è scesa tra il pubblico a ballare gridando “vi voglio qui ora, siamo qui ora tu e io (in faccia ad uno che le puntava il cellulare), non c’è bisogno di mettere niente tra me e te”, Annie/Erin/St. Vincent è un’artista diversa.

Eppure, per quanto la mia indole sia più simile a quella di Kate, Annie ha detto le stesse cose, in una forma diversa e con un linguaggio differente, ma similmente toccante e commovente: ché la musica altro non è che percepire con tutta me stessa i sentimenti e le sensazioni che qualcun* altr* prova o ha provato, per non sentirmi più sola, finita e mortale nell’universo.

queste alcune storie di ieri:

– versione negativa ovvero lettera ad una ragazza, vestita e truccata bene, che avrei voluto simbolicamente picchiare (per vendicare anni di soprusi, lo confesso)

Tu, ragazza vestita e truccata bene, che ieri eri al concerto di St. Vincent (ovviamente per caso).

Tu che quando St. Vincent stava cominciando un nuovo pezzo (hai finalmente incontrato la tua amichetta che da tanto tempo non vedevi. Tu che hai quindi reagito come fossi al bar urlando, stramazzando e cominciando con la storia (versione lunga) degli ultimi tre anni della tua vita, urlando sempre più forte perché St. Vincent era a metà canzone, e ci stava dando dentro. Tu, ragazza vestita e truccata bene, che al mio (e non solo mio) voltarmi a guardarti con odio, tantissimo odio, ma senza fiatare, ti sei voltata dall’altra parte e hai fatto finta di non vedere (ne me ne gli altri). Tu, ragazza vestita e truccata bene, che nonostante avessi provato una comunicazione non verbale (3 volte) e una semi verbale “shhh” (due volte) secondo me molto chiara, hai continuato ad alzare la voce perché l’amica non sentiva gli straordinari aggiornamenti delle vite degli amici comuni. Tu, che quando mi sono girata e ti ho detto “ao, stiamo sentendo il concerto”, hai risposto “MAMMA MIA!” come se ti fossi appena svegliata, e senza alcun rispetto fossi stata proprio io a svegliarti. Tu, ragazza vestita e truccata bene e ora anche indignata per essere stata così aspramente rimproverata perché al mio urlo, le pecore intorno a me, almeno questo, hanno confermato di essere pure loro lì per il concerto, non per assistere alla tua conversazione con l’amica. Tu che andando via, sempre indignata mi hai urlato “cafona”. Tu che ti sei davvero sorpresa quando ti ho presa per la maglietta, tirata indietro e chiesto, a distanza ravvicinata: “cafona, a me? tu caghi il cazzo a 30 persone che stanno ascoltando un concerto, gridi come una ossessa e io sono cafona” e tu che ormai è evidente che non hai capito, ribadisci “che cazzo di modo di rivolgerti”. Tu ragazza vestita e truccata assai bene, che mi costringi a ricordarti che “non sono tua madre ne tuo padre, a loro toccava insegnarti a rispettare chi ti sta intorno, e che se non sparisci da qui in silenzio, subito, tocca pure che ti prendo a calci in culo”. Tu ragazza vestita e truccata assai bene, che alla fine hai capito che non stavi conversando nelle orecchie dell’ennesima ragazza vestita assai male e niente affatto truccata, ma di una che con rispetto per ben 3+2 volte ha fatto leva sui due neuroni rimasti in quella inutile testolina, senza successo.

Tu, ragazza vestiva e truccata bene, spera pure di non incontrarmi mai più.

– versione positiva ovvero lettera ad un ragazzo che spero di incontrare ancora

E tu, ragazzo di vent’anni con l’accento del nord e molto queer. Tu che sul bus che ci portava a villa ada eri fuori di te dall’ansia di arrivare in ritardo. Tu che saltavi come un bambino che sta per arrivare alle giostre. Che mi hai chiesto cento volte se eravamo vicini. Che quando siamo scesi mi hai chiesto la direzione giusta come stessi andando alla mecca. Tu, ragazzo sensibile e dolce, senza paura che ti giudicassi matto, hai cominciato a raccontarmi di quanto fosse stato bello vederla l’anno prima a Barcellona, di come ti avessero sorpreso il suo stile, la sua forza sul palco e la sua eleganza. Tu, che quasi ti commuovevi a pensare che stavi per rivederla. Tu che hai cominciato a correre, e a cui io ho urlato “devi girare qui!” ma non hai sentito e hai continuato a correre verso ponte salario. Tu, ragazzo dalle spalle piegate in avanti e il sorriso tenero, che pensavo non avessi più raggiunto villa ada, e ti fossi perso sulla salaria, caricato per sbaglio da qualche autista in cerca di piacere. Tu, con le mani sempre pronte a giocare con i capelli, che alla fine del concerto mentre chiacchieravo con delle amiche mi hai fatto toc toc sulla spalla, per raccontarmi di come fossi stato felice che il tuo ricordo di lei si fosse rinnovato e non sbiadito. Di come ancora più bella e magica ti era apparsa, e del fatto che eri così dispiaciuto di non essere riuscito a convincere nessuno dei tuoi amici a venire, perché non eri stato abbastanza bravo a fare proseliti per un’artista così meritevole. Tu, che con un sorrisone mi hai detto prima di andare via semplicemente: Giacomo. Tu ragazzo di vent’anni e molto queer, sei le persone che vorrei incontrare ad un concerto. Sempre.

p.s. ringraziamenti a Elisa Luu, che mi ha preso il biglietto perché arriva sempre prima di me, e a pinklo per le birrette, e che mi ha concesso la foto* (molto bella).

p.s. 2 ca va sans dire che la ragazza ‘vestita e truccata assai bene’ poteva pure essere ‘il ragazzo vestito bene con le ciglia e le mani curate, che non si trucca solo perché ‘se no si’ ricchion’, alla mia destra. E che il ragazzo di vent’anni molto queer, poteva essere pure la ragazza timida, che ha fatto la strada in autobus e poi a piedi con me e lui, che non si è messa a correre, perché non sapeva la strada, e mi ha augurato buon concerto.


sharon jones and the dap kings ovvero ho trovato una supersista

Posted: luglio 14th, 2012 | Author: | Filed under: clueless, live review | Tags: , , , , , , , | 3 Comments »

Ieri 13/07/12 al festival supersantos, che quest’anno ha soppiantato l’ennesima festa delli mortacci loro romana, c’era sharon jones.
La black sister che si nasconde dentro di me, e manco tanto bene a volte, non ha resistito e nonostante sonno e calura, mi ci ha trascinata con la forza. Intanto piacevole assai è stato scoprire un pubblico super vario, tutte le età, gli abbigliamenti, gli stili che per una indie snob come me, che va a concerti dove, anche se non lo diresti mai a voce alta, stai una mezz’oretta per decidere quale, quale maglietta è proprio quella giusta per quel live, quella che solo pochi possono riconoscere, e che quindi ti permetta di essere più indie di tutti [:-O], è davvero una cosa apprezzabile.
La band dei dap kings è la tipica band soul, anche se manca un piano per i miei gusti, e sono bravi e precisi. Anche loro in effetti ad una prima occhiata sembrano provenire da ambienti musicali differenti [primo premio simpatia al percusionista pelato, che ci avresti giurato fosse il commercialista della band], che però si mescolano bene, simpatici al punto giusto e attenti a non rubare la scena alla vera star.
E che star.
Dopo una piccola presentazione della band, un paio di pezzi di warm up e un pezzo dedicato alle due coriste [che potete vedere nella galleria sotto] che purtroppo per tutto il concerto erano seminascoste dagli altri musicisti, causa palco un po’ male organizzato per il numero di musicisti che ospitava, ecco che arriva lei, sharon, classe 1956, una piccoletta con le trecce, che non fa nemmeno in tempo a mettere piede sul palco che già balla e canta come un’indemoniata.
Una nota di basso, un colpo di tom la attiva istantaneamente come una bambolina voodoo bucata da uno spillo.
Meraviglia.
Penso sia esattamente tutto quello che debba essere un’artista soul: sboccata, diretta, ammicante, incazzata, comunicativa e vera.
La storia di lui che tratta la sua compagna di merda è la sua storia, la storia delle nuove scarpe appena comprate con le quali devi assolutamente uscire a fare un giro e mostrarti, è la sua storia, la storia delle danze di antenati della madre africa e poi dopo con la schiavitù in america e poi ora dopo secoli di storia è la sua danza: si toglie le scarpe, e ce la mostra e ce la racconta, ricordandoci pure da dove vengono un sacco di ispirazioni hip hop, senza nemmeno dovercele indicare.
puro soul, puro spirito.
Se qualcun* di voi era lì e ha visto una riccia con gli occhiali in prima fila con un sorriso da ebete dalla prima all’ultima nota, beh quella ero io.
grazie sharon, super sista, ogni tanto fa bene al cuore ricordarsi che non dobbiamo conoscerci per regalarci cose buone.
later
p.s. Il mio solito pippone con notizie, racconti e info ve lo risparmio, vi rimando ad un wiki link.
Vi dico solo che sharon diventa famosa poco tempo fa, nonostante ci avesse provato a lungo, è l’incontro con i dap kings [la cui etichetta daptone records una funk indie label, dove potete comprare 45s a go go, è stata fondata rispettivamente dal bassista e dal sassofonista della band che si esibisce con Sharon] che le dà la possibilità di svoltare e arrivare al successo.
p.s.2 alcune foto mostrano personaggi alquanto strani, per lo stile del palco: sono persone del pubblico, un ragazzo e poi una ragazza che Sharon ha invitato ad un certo punto a salire sul palco e ballare con lei. Non so se sia stato culo, occhio o un grande pubblico, ma entrambi sono stati divertentissimi!


half die festival ovvero il roof concert

Posted: luglio 12th, 2012 | Author: | Filed under: live review | Tags: , , , , , , , , , , , | No Comments »

gli house concerts ormai non sono più una novità nemmeno in italia, e addirittura dal 1997 qualcuno fa anche meglio: un roof festival, nientedimeno.

La terrazza si chiama “Morpurgo Roof”, è nella zona tuscolana e dà sull’acquedotto che credo sia dell’ Aqua Marcia [ma non sono sicurissima, quindi se ne sapete di più, ditelo], il nome del roof viene da “Morpurgo Benerecetti” che sarebbe poi Gianni Rosace, un musicista [dal 1998 ha un progetto di musica elettronica che ha prodotto un po’ di album, ma non vi do il link del sito che non è mai stato veramente aperto!] di cui non si trova tantissimo in rete, ma che insomma ha avuto questa ideuzza semplice semplice che pure col cambio di casa, d’obbligo per chi vive a roma, è riuscito a continuare il suo progetto negli anni, con le 4 domeniche di luglio, in cui dal tramonto per un paio d’ore potete arrampicarvi su una scala a chiocciola e salire indisturbati sul tetto di casa sua.

Troverete gli strumenti, gente che si sistema, con stuoine e asciugamani [il tetto scotta sotto le chiappe dopo una giornata di sole lugliesco] birra o vino, patatine, macchine fotografiche, occhiali da sole, voglia di fare i fighi, ma anche di ascoltare cose nuove. fifty/fifty direi, almeno per quello che è passato durante la prima data di quest’anno sotto il mio sguardo.

La musica di questo live non era granché per i miei gusti, un paio di pezzi a testa e ne avevo già abbastanza, ma sono rimasta perché ho apprezzato il fatto che fosse pieno di gente, silenziosa [a parte qualche idiota qui e lì, ma ci può stare] tranquilla e rilassata.

Girovagando in cerca di notizie scopre che nel 2003 Digital Delicatessen e Monofase [di cui non vi do il link perché non più attivo] hanno seguito lo svolgimento del festival registrandolo e tirando fuori una sorta di documentario per raccontarne la storia e anche come viene vissuto dai protagonisti [che poi sono sempre i musicisti, che peraltro suonano gratis]. Purtroppo nulla a parte un piccolo trailer sul tubo, ho trovato del doc, ovviamente se qualcun* ha link, torrent o altro si facesse sentire.

Il festival è gratis, se trovi posto ti siedi, a terra, se hai da bere bevi, se non porti scarpe aperte è meglio [sul web tutti si chiedono il perché di questa “strana” richiesta, a me pare semplicemente una attenta precauzione perché è facile che qualcuno ti cammini sui piedi] e sopratutto per entrare non devi conoscere nessuno, non devi pagare alcun biglietto, non devi timbrare nessun cartellino, non devi dimostrare di essere questo o quelo [volutamente con una l].

Devo dire, visto il tema del mio blog, che non ci sono donne nel programma del 2012, e questo ci dispiace, più attenzione alla scena al femminile è necessaria, non ho trovato le line up degli anni passati per poter fare una media di presenze, come avrei voluto, so solo che l’anno scorso la talentuosa Elisa Luu ha suonato lì, quindi non parto con nessun rimprovero, almeno per ora. A proposito di Elisa Luu, vi segnalo il suo nuovo disco, uscito per la label australiana Hidden Shoal recordings, Un giorno sospeso, se ne volete assaggiare un po’ potete farlo qui, ma poi subito metteteci dentro qualche soldino.

‘Un Giorno Sospeso’ [Album] : Hidden Shoal Recordings Store

Insomma un progetto interessante, che mi piacerebbe riproporre in chiave diversa, cioè più vicina ai mie gusti e a quello che vi propongo di ascoltare/vedere/fare/baciare. Qualcuna vuole partecipare o ha una terrazza da mettere a disposizione, non necessariamente in quel di roma?

Queste le esibizioni sul roof per Half die festival, questo luglio 2012 [cercherò di aggiornare i giudizi, se riuscirò ad essere anche alle altre domeniche, ma non vi prometto niente]:

Rotterdam (Au) [alcuni spunti interessanti, soprattutto da parte della violoncellista, ma anche loro sembravano più proporre dei ridondanti e infiniti loop, che altro]

Heroin in Tahiti (It) [a mio giudizio figa l’idea di questo surf mortifero, il loro ep si intitola non a caso death surf, ma alla lunga troppo uguali]

Dolphins into the future (Be) dolphins-into-the-future-a

Recover Band (It)

Cupp cave (Be) cuppcave

Tape loop orchestra (Uk) tape-loop-orchestra-the-word

Kaboom karavan (Be) kaboom-karavan

Abul mogard (Srb) abul-mogard

Intanto qualche mia assolutamente velleitaria foto della serata, tanto per farvi capire che c’ero davvero, non ho raccolto notiziole a destra e a manca come fanno gli “articolisti” di giornali vari ed eventuali.
[grazie a pinna per la spiegazione su come inserire la gallery di flickr qui!]
later


Shara Worden ovvero the biggest diamond

Posted: novembre 24th, 2011 | Author: | Filed under: clueless, live review | Tags: , , , , , , , , , , | No Comments »

Lo scorso lunedì 21 novembre, l’Angelo Mai ha ospitato il live di My brightest diamond, e visto che c’ero anche io, colgo questa bella occasione per raccontarvi un po’ di lei, condividere con voi la sua musica e invitarvi a non perderla, se non c’eravate anche voi, la prossima volta che suona dalla vostre parti.
Shara Worden è una performer completa e di una qualità e un talento davvero rari.
Il suo progetto da solista, che si chiama appunto My Brightest diamond, comincia, almeno ufficialmente nel 2006, con l’album “Bring the workhorse” che svela immediatamente, al primo ascolto, il suo talento e la sua preparazione classica a livello musicale.
Shara ha studiato canto operistico, è cresciuta nel Michigan, in una famiglia di musicisti che suonavano in chiesa [da professionisti però], e la capacità di immaginare, scrivere, e arrangiare degli album complessi e stilisticamente “classici”, pure facendo musica folk-indie-electro-rock se proprio dobbiamo dare una definizione [ma pure classica, dark wave, pop cabaret], indubbiamente viene proprio da questa impostazione e da tali studi.
Negli anni ha collaborato con svariati musicisti, da Sufjan Stevens a Sarah Kirkland Snider, tanto per citarne due, ma ha fatto molto, molto altro.
La prima cosa che colpisce durante le sue performance non può che essere la sua straordinaria voce e il suo sorriso contagioso.
In questo tour almeno per le date europee, Shara è accompagnata solo da Brian Wolfe, batterista bravissimo che riesce tutto il tempo a completare degli arrangiamenti live molto scarni e immediati, senza quasi farsi notare.
Raro trovare un musicista che completi, in punta di piedi, l’idea esecutiva di ogni singolo pezzo.
Considerate che l’ultimo progetto, da cui ovviamente sono stati tratti la maggior parte dei brani del live, ossia “All things will unwind”, uscito ad Ottobre 2011 per la Asthmatic Kitty, è un album pensato e arrangiato con un sestetto niente affatto sconosciuto, ossia la Ymusic Ensemble.
Insomma, riproporre dal vivo in due, un album in cui suonano molto musicisti è ambizioso e super indie.
Con la sua solita chitarra, e poi un ukulele, un fender rhodes, una kalimba, piccoli sonagli attaccati ai polsi, e un autoharp [che non ha a che fare con l’arpa come suggerirebbe il nome e l’aspetto, ma è piuttosto della famiglia del dulcimer], Shara suona e danza per noi, aprendo co la sua performance, con il volto nascosto da una maschera creata per il progetto grafico di “All things will unwind” dall’artista Shoplifter [già, tra gli altri con Bjork per il progetto Medulla].
Shara è sempre solare, divertente e appare felice di esibirsi, mai tesa o nervosa, e il pubblico pure non numeroso, lo cattura dalla prima nota e col primo sguardo.
Insomma ormai sapete quanto io sia poco generosa in complimenti ed elogi, ma Shara coinvolge tutti, emoziona quando racconta dei testi e delle ispirazioni per le nuove composizioni, della nonna morta il giorno prima di compiere 100 anni [e che non voleva arrivarci] o di suo figlio e dell’esperienza di diventare una madre, della sua nuova casa a Detroit, e di come questa città in depressione e abbandonata a se stessa, le abbia ispirato molte atmosfere.
Altro cosa interessante è l’accento fortemente politico di molti testi di questo album, nonostante vengano posti in un modo leggero, ironico, non sempre immediatamente riconoscibile.
Con me c’erano due donne che non l’avevano mai vista live, una di loro addirittura non conosceva che i pochi pezzi che avevo avuto modo di farle ascoltare di tanto in tanto, tra un bicchiere di vino e una chiacchiera: sono rimasta incantate e rapite.
Almeno due a zero per Shara.
Questo non è il post di una critica musicale, di una pippera del music business o di una finta alternative che scrive solo su riviste underground [allo stesso prezzo di “grazia” e “chi” però, dove scrive articoli di moda e gossip sotto pseudonimo, anzi come di usa dire ora, con un monicker verosimile]: questo è il post di una pura e semplice fan, di un’appassionata di musica, che ascolta, guarda e compra molta più musica di quanta la maggior parte delle persone possa immaginare di fare; e che ringrazia per l’emozione e la gioia provata davanti ad una donna sorridente e minuta come Shara, gigante generosa.
p.s. potete ascoltare il podcast dell’intervista fatta da Silvia Boschero [che la dea ce la conservi sempre] a Shara nel programma Moby Dick, e farvi un’idea migliore di quello che sa fare live.
qui sotto troverete anche delle foto fatte da me, nessuna velleità fotografica, solo un’altra visione di quello che ho raccontato.
fender rhodes on Twitpic
Shara Worden on guitar on Twitpic
Shara Worden dancing on Twitpic
Shara on fender on Twitpic
Shara Worden live in rome on Twitpic