pezzo della settimana: Empress of/Kitty Kat

migration ovvero oh my fucking god

Posted: Agosto 15th, 2010 | Author: | Filed under: blogs e siti | Tags: , , , , , , | Commenti disabilitati su migration ovvero oh my fucking god

come sapete voi bloggers di noblog e come state vedendo voi che seguite il mio blog siamo passati alla piattaforma wordpress. con un po’ di casini però! intanto non sapevo del cambiamento grafico, però questo mi sa che dipende dal fatto che non mi sono molto informata. il problema serio è che non ci sono i miei post dal 2008 a oggi, cosa che mi fa piuttosto scoglionare e nell’attesa di sapere come e se potrò recuperare quel materiale mi concentro un po’ sul layout.

buon ferragosto intanto a voi tutt* vi lascio con la mia colonna sonora di stamattina:
frankie rose and the outs

p.s. la dea benedica e protegga tutti e tutte che hanno lavorato, lavorano e lavoreranno per tutti noi inutili bloggers: siete fantastici!!!


on my shoulder ovvero forse ce la faccio

Posted: Luglio 20th, 2010 | Author: | Filed under: lesbian life | Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su on my shoulder ovvero forse ce la faccio
mi sveglio e in mente ho
the do/on my shoulder

forte e fiera pure del fatto che qualcuno mi ha cercato su FB (sorry lo che è una parolaccia ma anche no certe volte) in quanto segue/iva vista la durata della mia assenza, mi accingo a rimettere mano più assiduamente a questo vecchio onorato blog.

intanto in questi ultimi lesi sono stata assorbita da innumerevoli cose: primo ho deciso di “riqualificarmi” per l’ennesima volta e cambiare completamente il mio lavoro, l’ambiente, le prospettive ecc. risultato?

sono poverissima lo stesso, ma almeno ho la possibilità di essere contenta di quello che faccio, di essere scontenta di non opter fare di più di vedere intorno a me risorse sprecate e buttate al vento senza il minimo imbarazzo, ma almeno non devo abbozzare per mantenere il posto.

e da questo posto che vi scrivo, all’interno di un pronto soccorso nella città in cui vivo c’è uno sportello donna dove quando arrivano in emergenza donne dichiaratamente o probabilmente vittime di violenza ci mandano a chiamare per supportare, sostenere, aiutare la donna in questione.

robetta da poco.

sono chiusa in una stanzetta, vediamo 4X4 con due porte: una nell’accettazione del pronto soccorso, la usiamo per entrare, andarci a fumare una sigaretta, far entrare le donne che ritornano a colloquio da noi dopo l’emergenza; l’altra direttamente dentro il triage, da lì arrivano i medici o gli infermieri a chiamarci, giorno e notte, dalì entrano le donne che hanno finiti di farsi medicare, se vogliono.

ho un camice bianco, con la mia bella targhetta, in ospedale tutto è necessariamente riconoscibile, se voglio girare per i corridoi senza essere buttata fuori da una guardia devo avere il camice.

sul camice c’è scitto il mio nome e quello che faccio “sportello donna” eppure la gente che incontro, chiunque incontro, solo per il fatto che indosso un camice mi ferma per chiedermi la qualunque, il potere suggestivo della divisa.

ho voglia di scrivere e di raccontarvi di sisterhood, che ha rallentato per il caldo asfissiante, le possibilità assai limitate di mettere musica durante l’estate, se non sei super ammanigliato, e anche per un delirio di cose personali da fare o finire.

anche quest’anno sarò ferma immobile nella capitale, anche quest’anno maliderò tutti quelli che sostengono di essere precari e poveri come me, e invece si concedono uno o due viaggi così tanto per cambiare un poco aria.

anche quest’anno mi dirò che è bello restare in città quando si svuota, quando non c’è traffico e casino in giro, quando in 15 minuti sei a al mare e nessuno ti lascia le impronte sulla faccia quando ti stendi.

sì sì infatti.


Sisterhood blooming part I

Posted: Aprile 28th, 2010 | Author: | Filed under: cool stuff | Commenti disabilitati su Sisterhood blooming part I

prima di pubblicare la puntata you’re my bass guitar hero[ine] che conclude la nostra piccola serie sulle musiciste donne, quelle che spesso se la cantano e se la suonano, che così poca visibilità hanno/hanno avuto nel panorama mondiale della musica [le italiane in effetti credo che non esistano quasi, tranne pochissime rare eccezioni, di cui voglio parlare presto in un articolo] vorrei parlare del progetto che sta prendendo vita e forma grazie anche all’entusiasmo de lamusique con la quale stiamo rodando una doppia selezione tutta al femminile, un po’ riot un po’ no.

le ragazze dell’hula hoop, qui a roma, ci hanno dato spazio e fiducia, e in effetti credo che le due serate messe su tra marzo e aprile le abbiano ripagate della generosità, noi d’altro canto ci facciamo le ossa, sperimentiamo generi, abbinamenti e gusti come stessimo preparando un pranzo di natale creativo a cui partecipa gente di tutte le nazionalità e religioni…

ci divertiamo, principalmente, ed è un o sballo quando tu ti stai divertendo e gli altri pure.

essere pagate per fare questo, poi…

bene, per farla breve la catlux ha in mente pure una video storia del progetto, che ora non vi sto descrivendo al meglio, ma mi ripropongo di farlo prestissimo, per cui il poco materiale che ha raccolto è diventato questo video.

chiunque volesse partecipare, sapere, dire e leggere può farlo su 2womenshow [ovviamente]…later

sisterhood is blooming


sisterhood blooming right now

Posted: Aprile 10th, 2010 | Author: | Filed under: lesbian life | 1 Comment »

Hi there, poco tempo poche energie, intanto stiamo facendo questo di cui potete leggere sotto il manifesto…se passate per roma il 21 aprile fate un saltino…

 

 

manifesto.doc

manifesto.odt 


violent femme ovvero la giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne

Posted: Dicembre 1st, 2009 | Author: | Filed under: live review | Commenti disabilitati su violent femme ovvero la giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne
mi sveglio e in mente ho 
inside a boy/my brightest diamond
 
questo post mi è venuto in mente un po’ di giorni fa, ci ho pensato e ripensato su.
ecco perchè "un po’ di giorni fa". ora credo di poterlo partorire, per cui…
 
sabato scorso (il 29 novembre) era la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (per dovere di precisione la giornata internazionale istituita nel 1999 cadeva in realtà il 25, ma più o meno ovunque si è tentato di fare una manifestazione il sabato), quindi manifestazione con corteo indetta da un po’ di tempo, con adesioni varie e una sana impostazione non partitica.
e allora tutto bene direte voi?
ebbene no.
no, perché la partecipazione era meno numerosa di quelle dei party che organizziamo in terrazza, e durante i quali ci si diverte sicuramente di più.
no, perché non se ne può più di cortei durante i quali ci sono ancora delle femministe che hanno il coraggio di gridare "tremate le streghe sono tornate".
no, perché c’è una tale frammentazione, una tale incompatibilità e mancanza di dialogo tra quelle che dovrebbero essere le femministe e le attiviste attuali, che viene lo sconforto solo a guardarle.
no, perché le donne che subiscono violenza o che sono a rischio di subirla non c’erano.
no, perché i messaggi lanciati possono essere condivisibili, ma non smuovono nulla ne mediaticamente ne a livello umano.
no, perché non c’è alcuna forza, alcuna vitalità, alcuna spinta in nessuno dei collettivi che vi hanno preso parte.
no, perché le femministe (e lesbiche) di cui era composto il corteo non hanno più reale contatto con quello che è il femminismo attuale, le dinamiche di comunicazione, le modalità di azione e di confronto.
 
In alcuni post vi ho raccontato delle riot e di come il loro movimento, prevalentemente ispirato e in qualche modo rappresentato da giovanissime, fosse un netto e radicale rifiuto di un femminismo scialbo, privo di forza e totalmente lontano dalla realtà.
 
Ebbene ci risiamo.
O ci siamo sarebbe meglio dire, visto che qui in Italia tutto, ma proprio tutto deve arrivare con un ritardo clamoroso, tanto da perdere almeno la metà di quella che potrebbe essere la sua forza propulsiva naturale.
 
E queste riflessioni mi sono venute in mente non solo per il corteo e il confronto con i vari collettivi presenti in sé, ma anche dal prosieguo della mia giornata, come d’obbligo alla casa internazionale delledonne, a parlare dell’evento, del fallimento, delle ragioni, di ciò che accade.
 
Beh, la scena è più o meno questa: cena al ristorante, per l’occasione trasformato in una mensa non proprio popolare quanto a prezzi, bicchieri e piatti di plastica a go-go (in effetti penso sia questo che si intendesse con mensa, e fanculo l’ecologia) e una quantità di donne (99% lesbiche) sedute a chiacchierare. 
 
Quale migliore occasione per intavolare una bella serena e franca discussione, no?
 
Al mio tavolo per grazia della dea, c’era un gruppo eterogeneo, una coetanea della mia mamma che ha fatto il governo vecchio, una credo più giovane che mi sembrava avesse una bella testa, ma non tanta voglia di esprimersi, almeno in quella serata, io che stavo esplodendo come al solito per dire la mia, un’altra donna (l’0.5% etero/bi) quarantacinquenne, anche lei molte idee e anche bene espresse, e un’amica dalle idee un po’ confuse, a mio parere, ma non per questo meno interessanti (per la cronaca il restante 0.5% queer).
 
E allora?
E allora è venuta fuori una bella discussione, nella quale io ho, con la mia solita veemenza, espresso il disappunto per tutta una serie di cose, che davvero ormai non capisco proprio più.
 
1) come è possibile che in un corteo del 2009 si lancino messaggi che potevano essere apprezzabilissimi 40 anni fa, ma che non credo ci sia bisogno di spiegare siano ormai ingialliti, o un tantinello fuori fuoco, se non altro.
 
2) come è possibile che in un corteo fatto da donne si senta musica vecchia quanto quegli slogan e ancora la cosa più "tosta" e femminista che si è sentita sia "rebel girl" delle bikini kill (1993).
 
3) come è possibile che in un corteo così importante non ci siano abbastanza donne da fare notizia e che alla fine i fotografi, peraltro prevalentemente maschi, erano più delle manifestanti.
 
4) come è possibile che in tutti questi anni, in centinaia e centinaia di assemblee alla fine non si riesca a creare una vera rete femminista o rete di femmine o come la vogliate chiamare, in cui artiste, pensatrici, politiche e donne attiviste possano collaborare e creare assieme, ognuna facendo quello che sa fare meglio, senza voler fare meglio delle altre. 
 
5) e ancora come è possibile che mi sento sempre come in un deja-vu, stesse facce, stesse persone che reggono gli striscioni, stesse donne che gridano dai megafoni, stesse voci che ti chiedono un contributo per l’autofinanziamento.
 
che tutto sommato volendo semplificare e ridurre all’essenziale sarebbe, sempre con la mia solita veemenza e scarsissimo tatto: che ci fate ancora qui a guidare, anzi troppo spesso monopolizzare manifestazioni, collettivi e luoghi quando ormai non avete niente più da dare, quando siete ormai lontane una quarantina d’anni su per giù da quello che è il reale femminismo.
Non vedete come la vostra pratica non ha più un peso concreto, come il vostro linguaggio sia stantio perché siamo cresciute con le vostre parole e guardate dove ci hanno portato.
 
E’ una crisi talmente lunga e non affrontata che se continua così le donne cominceranno a pensare che è questo il femminismo.
 
E il femminismo è tutt’altro.
 
Le femministe sono, devono essere altro.
 
Smettetela di litigare per il ridicolo potere di decidere cose insignificanti, di guardarvi senza ricordarvi che siete sorelle, di parlare di quelle che non ci sono con invidia, perché è questo quello che vi sento fare. 
 
Parlate il linguaggio dei blog e dei media alternativi, ascoltate la musica contemporanea, traducete poesia, create reti vere, attive, comunicanti e funzionanti, perché è qui che le femministe vivono.